Gianpietro Benedetti: “Se la politica non vara le riforme arriva la troika”

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L’intervista del Messaggero Veneto al manager Gianpietro Benedetti

Gianpietro Benedetti è dal 1985 amministratore delegato e dal 2003 presidente della Danieli & C. Officine Meccaniche. Ha percorso tutte le tappe della carriera alla Danieli, dove ha iniziato a lavorare come tecnico disegnatore nel 1961, appena conseguito il diploma di perito elettrotecnico presso il Malignarli di Udine.

Settore difficilissimo il vostro, a cominciare dal fatto che il costo del lavoro non aiuta la competitività. Come fate a stare sul mercato e a starci così bene?

«Grazie ai forti investimenti in innovazione e industrializzazione (circa 1,5 miliardi di euro negli ultimi 10 anni) e a un progetto denominato Metamorfosi, iniziato circa 8 anni fa, che prevedeva un’espansione dove ci sono mercato e crescita, in primis nel Far East».

E questa metamorfosi quale progetto sottendeva?

«L’idea era mantenere immutato il nucleo qui in Europa che all’epoca consisteva in 3500 persone e 200 nel Far East e progettare e costruire più competitivamente vicino ai mercati in crescita. Ciò, oltre a un aumento di fatturato, ha consentito di ridurre il costo medio del personale da 67 mila euro anno per persona a 34 mila con miglioramento della competitività del gruppo».

Una bella intuizione, o no?

«Indubbiamente, oggi il gruppo consiste in 11.500 persone di cui 1.200 in Abs (steel making), i 10.300 rimanenti (plant making) sono suddivisi in Italia (3.500), Europa e nel mondo. Insomma, Metamorfosi come cambiamento per essere più internazionali e consolidare metodi operativi e mentalità di management adatti a gestire team con culture profondamente diverse dalla nostra».

Gianpietro Benedetti, questa metamorfosi ha dato i frutti sperati?

«Sostanzialmente ce l’abbiamo fatta. Il progetto prevedeva ima diminuzione di personale in Europa e invece siamo aumentati complessivamente di 1.000 persone l’anno, di cui un centinaio l’anno in Italia. Va precisato che oltre allo sforzo della squadra Danieli, ce n’è sfato uno finanziario notevole e reso possibile grazie agli azionisti che hanno acconsentito a reinvestire 1’87% degli utili degli ultimi 10 anni in azienda, per un totale di 1.100 milioni di euro».

Cambiamo un attimo argomento. Parlando di economia, lei sempre più spesso parla di famiglia, di sostegno alla medesima e di immigrazione.

«Se ne parla molto, ma al solito si fa poco. Tra i temi ricorrenti che solleviamo alla presentazione del bilancio c’è quello della natalità: un Paese senza giovani non ha futuro. Questo può apparire secondario, ma non lo è. Altri Paesi europei, tra cui la Germania, riducono del 25% le trattenute sullo stipendio per le famiglie che hanno due figli. Continuo: non ci sono giovani e quindi non ci sono alternative all’immigrazione. E anche su questo tema non c’è un progetto chiaro e, tra l’altro, si confondono alcuni concetti».

Immigrazione, accoglienza, lavoro… A cosa si riferisce?

«Credo che non si voglia essere chiari e si confonda il concetto dell’accoglienza, che va perseguita, con quello di cosa serve al Paese: immigrazione qualificata e mirata. Nel nostro caso, ingegneri, tecnici e operatori di officina. In Italia non ci sono molti tecnici. C’è disponibilità di giovani, ma la sconnessione tra mondo reale e scolastico fa sì che lauree e diplomi non sono spesso correlati alle esigenze di assunzione. Insomma, se dovessimo imboccare la ripresa, in generale c’è una carenza di tecnici e proprio per questo l’immigrazione dovrebbe puntare su queste priorità con un sistema di integrazione ragionato».

Se dovessimo imboccare la ripresa, dice. Sbaglio o trapela un certo pessimismo sulla capacità della nostra economia di tornare non dico a volare, ma perlomeno a correre?

«Prima o poi la ripresa la imbocchiamo, magari a traino dell’Europa, probabilmente nel 2015/2016, ma per una ripresa solida servono le precondizioni. Da molti anni esprimiamo il parere che il Paese non sia friendly e competitivo per quanto concerne l’attività industriale e lo dimostra il fatto che nessuno investe, italiano o estero».

Bisogna che ci siano le precondizioni: quali sono?

«Un Paese che ha un debito alto e che si è impegnato con l’Europa a rientrare dal debito, dal deficit per spese correnti e a contenere, riqualificare le spese amministrative, è ingessato di per sé e per essere in grado di ridurre le tasse e rilanciare l’economia deve innovare, cambiare. In questo periodo con il debito va meglio nel senso che, essendo calato lo spread, paghiamo meno interessi che sono comunque 82 miliardi l’anno. Non è poco, ma sono destinati a crescere tra qualche tempo per l’aumento dei tassi e soprattutto se il Paese non darà fiducia ai mercati».

E quindi in prospettiva cosa può succedere al nostro Paese?

«Gli Usa stanno uscendo dalla crisi. È probabile che quando raggiungeranno il tasso del 5-6% di disoccupazione il costo del denaro aumenterà, innescando problemi per chi ha debiti elevati. A quel punto per l’Italia sarà ancor più difficile gestire un debito di oltre 2 mila miliardi con una spesa pubblica di 800 miliardi l’anno che non accenna a diminuire»? Vale a dire?

«Formare un Fondo europeo con il debito dei Paesi che eccedono con lo stesso il 60% del Pii. Per l’Italia significherebbe circa 800/1.000 miliardi di euro. Il fondo accetterebbe obbligazioni saldabili in 25 anni, ma a un tasso inferiore a quello del mercato perché garantite dalla Bce. Ciò, in prospettiva, salverebbe dalle conseguenze dell’aumento dei tassi, liberando risorse che possono essere utilizzate per il rilancio economico. In parallelo è un must riqualificare e diminuire la spesa pubblica per la quale si sta facendo qualcosa ma al momento è insufficiente».

Macroeconomia, questa. Principi. Caliamoci un po’ tra i comuni mortali…

«Alla fine vanno semplicemente applicati nella gestione del Paese gli stessi concetti usati in famiglia ed in azienda: essere più produttivi, puntare a qualità e quantità per unità, ridurre le spese per poter onorare i debiti e investire per migliorare la competitività».

Così è molto meglio. Se, invece, non dovessimo essere in grado di fare tutto questo?

«Se non faremo questo, presuppongo che arriverà la “troika”, i tre commissari europei, che c’imporrà di diminuire le spese come ha fatto in Grecia».

Allegria…

«Guardi, risottolineo che è una prospettiva verosimile se non vengono fatte le riforme e la riqualificazione della spesa, se non affrontiamo il tema della diminuzione del costo dell’amministrazione, del mercato del lavoro e della sua flessibilità. Se non si fanno queste cose c’è la probabilità che la troika arrivi davvero. Dobbiamo convincerci che la ripresa non può essere perseguita aumentando il debito, ma con un progetto, una visione complessiva e decisioni a seguire».

Decisioni che si rinviano di anno in anno. Ma perché?

«Non si è deciso granché, dicevo, anche perché con il sistema amministrativo e parlamentare attuale, è difficile e lungo a rendere operative le decisioni e se arrivano spesso sono ben diverse dall’idea iniziale. Comunque più il tempo passa e più siamo vicini al possibile arrivo della troika. Credo comunque che lo scenario si delineerà entro l’anno, configurato in relazione alle riforme attuate. Quindi si deve riformare».

Speriamo.

«Certo. Va considerato anche che l’Europa si rende conto che Europa del Sud e Irlanda sono è in crisi, una crisi importante con un tasso di disoccupazione inaccettabile. Tutti si rendono conto che non può continuare così e che qualcosa va fatto. Altri Paesi in crisi come noi, come la Spagna, qualche decisione l’hanno presa. Noi, no».

Torniamo alla solita domanda retorica: mancano le decisioni ma chi le deve prendere?

«Le dovrebbe prendere la politica. Ma non lo sta facendo anche perché farlo con il sistema attuale è difficile, spesso impossibile. A riformare ha iniziato Monti che ha fatto alcune cose, però in emergenza e con molti compromessi, con i limiti che ciò comporta. Monti, alla fine, è finito come è finito, senza poter riformare molto».

Gianpietro Benedetti, davvero non vede alcun segnale positivo dalla politica?

«Forse abbiamo una cultura un po’ opportunista».

Cioè?

«Si prendono decisioni in base al supposto consenso o convenienza del momento e si va avanti così finché il sistema paga. E finché il sistema paga si può improvvisare, promettere senza portare a termine il promesso o promettere ciò che non sarà più possibile attuare. E non si può promettere come in passato, spingendo sui consumi, soprattutto grazie all’aumento del debito. Con la configurazione del sistema politico/economico attuale le medie/grandi aziende continueranno a chiudere ed a ridimensionarsi. In buona sostanza il sistema va ammodernato, snellito, ed auguriamoci che nei prossimi mesi lo si faccia. Pare fortunatamente che si stia imboccando questa direzione. Mancano le precondizioni per fare industria».

E quali sono queste precondizioni?

«Sono diverse».

Ne indichi alcune

«Sono la somma delle varie forme di tassazione che nel totale sono spesso insostenibili (vedi cuneo fiscale). Sono la complessità e rigidità delle norme che regolano il rapporto di lavoro, il costo dell’energia, le infrastrutture, una scuola legata alla realtà, un piano per un’immigrazione qualificata. Infine va detto che nello sforzo che va fatto per uscire dalla situazione, un contributo deve venire da tutti, Confindustria inclusa».

E lo snellimento della burocrazia?

«Guardi, apriremmo un libro senza fine».

Scusi, ma quali dovrebbero essere, invece, le precondizioni per convincere i nostri giovani a rimanere in Italia?

«Provo a riassumere. Il dato di partenza è il legame scuola-lavoro e, a seguire, la flessibilità nelle assunzioni che non devono essere penalizzanti né per gli assunti né per le aziende. È necessaria poi un’educazione che insegna ad essere responsabili di sé stessi e credere in sé stessi. Infine, per il fatto che la grande e media industria si sta continuamente ridimensionando, cala l’offerta di impiego qualificato. E poi, diciamocelo, non è necessario e possibile che tutti facciano i top managers, la squadra è composta da più qualifiche, tutte importanti per poter vincere. L’importante è fare bene e con soddisfazione il proprio lavoro, qualsiasi esso sia. Inoltre sul tema ci siamo costruiti dei preconcetti».

Ad esempio?

«Quello di puntare a un lavoro dove non si utilizzano le mani, perché dequalificante. A parte che ciò non è vero, rimane il fatto che oggi un bravo idraulico/artigiano guadagna più di un laureato».

Parliamo un po’ della Danieli, del suo futuro, delle sue prospettive.

«Danieli ingegneria e costruzioni impianti segue i grandi cicli economici dell’acciaio. Come si sa, un mercato molto volatile. Non abbiamo sin qui risentito della crisi perché avevamo un carico di commesse di 24/36 mesi accumulato prima, nel periodo del boom. È d’uso che quando l’economia riprenderà noi saremo in sofferenza perché la crescita dei consumi dell’acciaio è a seguire. È quindi probabile che di nuovi impianti nei prossimi 3 anni se ne faranno, nel mondo, 25-35% in meno rispetto al periodo 2005-2009. Dal punto di vista degli investimenti, questo mese apriamo Danieli Volga, la prima fabbrica russa per impianti e macchine siderurgiche promossa da investitori esteri».

Mercato in sofferenza uguale necessità di decisioni aziendali drastiche?

«Il mercato che si restringe per i prossimi 2/3 anni e nuovi concorrenti asiatici costringeranno qualcuno a chiudere, anche se è un’espressione massimalistica deprecabile. Noi stiamo facendo il possibile per non ridimensionarci».

Gianpietro Benedetti, se la sente di dare un giudizio sull’industria friulana?

«In questo momento le aziende che esportano soffrono, oltre che per la bassa competitività del Paese, anche per il cambio euro-dollaro. Per alcune il costo dell’energia è importantissimo. Oggigiorno si parla dei giovani scoraggiati, ma si dovrebbe parlare anche delle aziende scoraggiate. Ma, come sempre, c’è un mix e c’è ancora entusiasmo, capacità e voglia di rischiare. È essenziale però intervenire sugli alti costi sociali in aumento».

FONTE: Il Messaggero Veneto
AUTORE: Domenico Pecile

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