La Maternità e il nutrimento. Il commiato dell’arte all’Expò

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Dalle veneri paleolitiche alle “cattive ragazze” del post-femminismo, passando per la tradizione millenaria della pittura religiosa. Dal 26 agosto al 26 novembre il Palazzo Reale di Milano ospita “La Grande Madre”: 400 opere a tema, per esplorare l’evoluzione della figura della donna.

E’ la donna con il suo potere creativo a trasformare in questi giorni Palazzo Reale a Milano, rendendo le sue sale espositive pulsanti di visioni, cariche di storie, idee, coraggio, sogni, poesia, aspettative, lotte e bellezza. “La Grande Madre”, mostra molto attesa, promossa dal Comune di Milano e ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi insieme a Palazzo Reale per ‘Expo in città 2015’, non delude le aspettative e affronta con coraggio il tema principe dell’Esposizione Universale, “nutrire il pianeta”, da una angolazione radicale: quella di colei che genera e può nutrire attraverso il suo corpo. La rassegna, di scena dal 26 agosto al 26 novembre, diventa così occasione per  un’esplorazione del mistero della maternità, del potere generativo negato, conquistato e della percezione del corpo femminile, ancora oggi al centro di scontri e definizioni di ruoli sessuali. L’esposizione è curata da Massimiliano Gioni, direttore artistico della Fondazione Trussardi , che anche in questa occasione è riuscito a tracciare un percorso affascinante, di grande rigore scientifico e divulgativo, che coinvolge 139 artisti e artiste da tutto il mondo, le cui opere, più di 400, sono dislocate in 29 sale, in uno spazio di 2000mq. La ricchezza del materiale in esposizione era già stata annunciata dallo stesso Gioni mesi fa quando disse che non sarebbe stata una rassegna ciclopica, come la Biennale d’arte di Venezia che curò nel 2013, ma una ideale continuazione di quella edizione. Il caso ha poi voluto che il curatore fosse solo virtualmente presente alla conferenza stampa attraverso Skype, perchè proprio in questi giorni è nato il suo primo figlio Giacomo, che perfettamente in tema ha mostrato in video da New York.

FOTO La primale opere. Video

L’allestimento “da sfogliare come un album di famiglia”,  si apre con una presentazione dell’archivio di Olga Fröbe-Kapteyn, che ha raccolto dagli anni ’30 migliaia di immagini di idoli femminili, madri, matrone, veneri e divinità preistoriche riunite in una vasta collezione iconografica alla quale hanno attinto psicologi, come Carl Gustav Jung, e antropologi. Sigmund Freud, con le sue osservazioni sul complesso di Edipo in quegli anni aveva interpretato le relazioni tra madri e figli, e la mostra è anche sulla psicanalisi.  Segue un’approfondita sezione dedicata alle avanguardie storiche e al contributo artistico femminile.  Nel Futurismo opere di Umberto Boccioni, De Saint-Point, Mina Loy, Filippo Tommaso Marinetti, Marisa Mori, Rosa Rosà e altre, evidenziano i contrasti tra nuove energie e forze repressive. Tra le curiosità, Umberto Boccioni può essere definito il primo artista “mammone” del Novecento per via dei tanti ritratti fatti alla madre, ci tiene a sottolineare scherzando il curatore in conferenza stampa.  Nel Dadaismo si assiste alla nascita del mito della donna meccanica e automatica, con le macchine celibi di Marcel Duchamp, Picabia e Man Ray, e le bambole meccaniche di Sophie Taeuber-Arp. Il culto della donna è invece il cuore della ricerca Surrealista, analizzato attraverso 50 collage originali da ‘La donna 100 teste’ di Max Ernst, esposti accanto a opere e documenti di Breton, Bellmer e Dalí. Il percorso espositivo porta poi a proporre opere dal forte impianto surrealista di Frida Kahlo, Dora Maar e Meret Oppenheim.

La seconda parte vede al centro alcuni lavori di Louise Bourgeois, che con la sua rappresentazione del corpo crea una mitologia di straordinaria forza simbolica. Palazzo Reale da qui in poi diventa un perfetto contenitore di arte contemporanea in grado di dialogare  con artisti dagli anni ’60, ad oggi, che rivendicano la centralità del corpo femminile e richiedono autonomia e libertà d’espressione. Tra i nomi presenti Pippilott Rist, Marlene Dumas, Cindy Sherman, e ancora Carla Accardi, Joan Jonas, Mary Kelly, Yoko Ono, fino ad arrivare a Koons, Cattelan e Fontana. Chiude il percorso “la stanza dell’assenza”, con un ritratto di Roland Barthes bambino in braccio alla madre e il progetto per la prima volta in Italia di Nicholas Nixon che ha ritratto, ogni anno, per 40 anni le sorelle Brown: qui la fotografia, “tecnologia della memoria”, diventa vera madre del ‘900 e aiuta a mantenere viva la visione di chi non c’è più.

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