Il mondo dell’arte diviso sulle nomine Schmidt: Uffizi – Bradburne a Brera

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Ci sottovalutiamo o sono i migliori? Chi sono i sette direttori stranieri.

Favorevoli e contrari, come è ovvio che sia. E già martedì, giorno di nomine, si è acceso il dibattito su criteri e scelte dei nuovi venti super direttori dei musei italiani di prima fascia, individuati dopo lungo iter da una commissione presieduta da Paolo Baratta e tramite bando aperto, per la prima volta, anche agli stranieri, un effetto della cosiddetta «riforma Franceschini» del ministero per i Beni culturali.
L’escluso numero uno, innanzitutto, l’ormai ex direttore degli Uffizi di Firenze, Antonio Natali, che pure vantava stima a livello internazionale. Aveva fatto domanda solo per la direzione del «suo» museo, era tra i dieci ammessi agli orali, ma è stato scelto il tedesco Eike Schmidt. «Un Paese che dice di voler cambiare – ha detto Natali – non poteva permettersi di dire che restava il vecchio direttore. L’amarezza l’ho avuta quando ho capito quale era il copione. Ora? Non escludo di mettermi sul mercato».

Altro escluso, altra voce critica: Angelo Tartuferi, anche lui da oggi ex direttore. A succedergli alla guida della Galleria dell’Accademia di Firenze una donna di nazionalità tedesca, Cecilie Hollberg. Tartuferi polemizza soprattutto per quel riferimento del ministro Franceschini, che ieri ha parlato di «recupero di un ritardo di decenni» per il sistema museale italiano: «Non so a cosa si riferisca, questo è un mestiere che abbiamo inventato noi. Abbiamo inventato in Italia la tutela dei Beni culturali e schiere di tedeschi sono venuti a studiarla qui».

Eccesso di provincialismo? È una delle critiche che muove lo storico dell’arte Tomaso Montanari, il quale parla di «schiaffo» all’amministrazione dei Beni culturali: «Mi pare ci sia un’enorme sproporzione tra la qualità media delle soluzioni scelte e i trionfalistici annunci di rivoluzione del ministro. La verità è che nessuno dei grandi nomi internazionali ha fatto domanda. Quel che comunque salta all’occhio è l’estromissione di tutti gli interni del ministero, con una sola eccezione. Dunque l’amministrazione dei Beni culturali non ha più nessuno in grado di dirigere un suo museo? Per favore… Piuttosto, bisognava prima rendere i musei funzionanti e poi, semmai, cercare i direttori. Si è invece partiti dai generali senza pensare agli eserciti, personale e risorse».

Sulla stessa linea il giudizio di Philippe Daverio: «Una cialtronata. Nomi non all’altezza. Queste decisioni indicano uno Stato che ha gettato la spugna. Davvero il ministero non sarebbe più in grado di esprimere professionalità di grande livello? Quel ministero per il quale hanno lavorato Spinosa, Emiliani, Paolucci, Bertelli e non so quanti altri? E non voglio nemmeno pensare a questi stranieri, che oltretutto non mi paiono dei fenomeni, alle prese con le nostre normative, i sindacati, le gare d’appalto. Fare mostre e gestire macchine anche amministrativamente complesse come i musei non è la stessa cosa. Ripeto, scelte demenziali».

Plaude invece alle novità Achille Bonito Oliva: «Per una volta si può dire che anche in Italia vince la meritocrazia. Tutte le designazioni sono di altissimo profilo. E non si può non lodare il gran lavoro fatto dalla commissione presieduta da Paolo Baratta».

A difendere il criterio generale adottato per le nomine anche l’archeologo e presidente del Fai Andrea Carandini: «Pur non condividendone tutti i punti, sono stato da subito favorevole alla riforma Franceschini. Si ricorda sempre l’articolo 9 della Costituzione, che però ha due commi. Il secondo, quello più citato, parla di tutela del paesaggio e del patrimonio artistico. Ma il primo cita una nazione che deve promuovere lo sviluppo della cultura. Su questo ci sono stati ritardi. Che mi pare la riforma provi a colmare. Anche in merito alle nomine, su alcune singole scelte si può discutere, ma il criterio è ottimo: uomini e donne, italiani e stranieri, con formazioni e curriculum diversi. Viviamo in un mondo nuovo. La tutela resta prioritaria, ma occorre saper mettere i beni in relazione con le persone».

«Apertura giusta» anche per Adriano La Regina, per anni soprintendente all’archeologia di Roma: «Finalmente certi criteri vengono adottati anche da noi, viviamo in un mondo che non può vedere barriere nel campo della cultura».
Dubbi, infine, da Cristina Acidini, già soprintendente del Polo museale di Firenze: «Credo che con queste nomine gli storici dell’arte che lavorano nei musei statali, professionisti di prestigio internazionale, siano stati molto sottostimati».

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