Ludovico Pratesi, l’arte è il nostro Dna

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LUDOVICO PRATESI, ARTE COME IDENTITA’. UNA QUESTIONE ITALIANA (CASTELVECCHI, 142 pp., 16,50 euro) L’arte non è soltanto il nostro petrolio, come si dice con un’espressione ormai abusata. E’ anche il nostro documento d’identità, quello che ci dice chi siamo e racconta la storia della nostra evoluzione culturale, sociale e antropologica.
Questo fil rouge lega i cinque capitoli (leggibili anche come singoli saggi) dell’ultimo lavoro del critico e curatore Ludovico Pratesi, intitolato appunto ‘Arte come identità’.
Scritto insieme ad altri due giovani studiosi, Simone Ciglia e Chiara Pirozzi, il libro ripercorre la storia dell’arte italiana, dal Trecento al ventesimo secolo, per dimostrare il valore identitario di alcuni grandi capolavori della pittura, della scultura e dell’architettura. Dai celebri affreschi sul Buono e il Cattivo Governo dipinti dai Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena alle opere della Transavanguardia a fine anni Settanta, i tre autori ci mostrano come da un lato tante opere d’arte abbiano plasmato le nostre città anche in senso politico, dall’altro come la maggioranza degli artisti italiani si sia ispirato, rielaborandoli, ai linguaggi dei propri predecessori.
Fino a un tempo non troppo lontano le classi dirigenti hanno creduto nel potere dell’arte di dar corpo e visibilità al Dna della nazione. Pur senza condividere le motivazioni politiche ed ideologiche alla base, pensiamo soltanto a come ha cambiato il volto di interi quartieri della Capitale l’architettura di età mussoliniana, la cui massima espressione è l’incompiuto progetto E42, che poi diventerà l’Eur. “Tra cinque anni – diceva il Duce nel 1925 – Roma deve apparire meravigliosa a tutte le parti del mondo: vasta, ordinata, potente, come fu ai tempi del primo impero di Augusto”. Forse proprio per reazione a questa sorta di stile “di regime”, dal secondo dopoguerra in poi pochi sono stati i tentativi di dare o ridare identità ai luoghi tramite progetti artistici e urbanistici pensati per quello specifico territorio, a quella città (fra questi si cita il caso della siciliana Gibellina, distrutta e rifondata ex novo dopo il terremoto del Belice, impreziosita dalle opere “pubbliche” di grandi maestri moderni, da Mario Schifani ad Arnaldo Pomodoro). E tuttavia, si chiede Pratesi, “l’Italia può permettersi davvero di rinunciare del tutto alla costruzione della propria identità nel Terzo millennio?”. L’autore non dà soluzioni, ma appare chiaro che la risposta è negativa. Solo che non possiamo limitarci a catalogare, conservare, celebrare le vestigia del nostro passato – attività sacrosante e che peraltro già svolgiamo, con fatica e penuria di fondi – ma dobbiamo continuare a progettare, creare e costruire per ridefinire il ruolo del nostro paese nel mondo. (ANSA).

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