“Gerace, storie e immagini rivissute”, il contributo di Anna La Rosa al libro di Francesco Maria Spanò

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Sono mesi che accogliendo il graditissimo invito dell’amico Francesco Spano’ provo a scrivere il mio contributo a Gerace, la mia città e non immaginavo che dopo 50 anni, fosse ancora così forte e doloroso il ricordo del mio distacco da Gerace. Uno strappo. Una ferita mai rimarginata. Avevo 7 anni e il treno che da Locri mi portava a Roma partiva alle 19,40. (l’unica canzone che non mi piaceva di Battisti era 7,40). Una notte di passione, in piedi nel corridoio con il naso incollato al finestrino. ”Anna vieni a sederti’‘, ripeteva mia madre a cadenza regolare ma io neppure rispondevo. Ripensando a quella notte ho riflettuto molto su quanto mamma fosse consapevole e rispettosa della mia sofferenza. Il mio non era un pianto, respiravo appena, e le lacrime non facevano alcun rumore. Non ricordo di aver più provato una fitta cosi dolorosa e prolungata. Eppure a Roma c’era papà che ci aspettava alla stazione.

La nostra casa era nel quartiere Appio Latino e dopo pochi giorni iniziai la seconda elementare. Ero diversa dagli altri bambini, ero figlia di emigranti e a fine anni 60 ero l’unica emigrante in quel quartiere borghese della capitale. Fu duro sopravvivere. A casa mia parlavano dialetto e io avevo imparato in fretta a non parlare in classe per non espormi al pubblico ludibrio, non solo dei compagni ma anche della terribile maestra di cui non ho mai dimenticato lo sguardo e il nome, Teresa De Tuddo. Avevo perso l’orientamento, le case al mio paese erano ad un piano, si comunicava dai balconi e dalle finestre, qui erano palazzi enormi, condomini con tanta gente sconosciuta; per le strade troppi i negozi, gli odori, le auto e il tram che per me era il treno. E poi il tempo, non si misurava con il giorno e la notte, il sole e la luna, nessuno guardava il tramonto ne le stelle. Io pensavo alla mia fiumara, le caprette, i prati, le ginestre e l’origano, il pane appena sfornato, le colline dove mi arrampicavo scalza per non scivolare, l’orto e le uova che non si andavano a prendere dalle galline nel pollaio ma le vendevano nei negozi.

L’unico sollievo era aspettare la luna. Era lei la messaggera tra me e mia nonna. Mi aveva fatto esercitare a lungo a parlare con la luna e mi aveva spiegato che la luna di Gerace era la stessa che avrei trovato a Roma. Ogni sera, a prescindere dalla fase lunare o dalle nuvole con gli occhi al cielo le raccontavo i miei problemi, le mie paure, i miei desideri e poi subito a letto con la certezza che nei sogni nonna mi avrebbe dato le risposte, suggerito soluzioni, rassicurato le mie paure e soprattutto raccontato le nostre storie.
Con gli occhi chiusi immaginavo di essere a contrada Doria nella nostra casa a 100 metri dalla Fiumara di Gerace, proveniente dall’Aspromonte, arrivata in quel punto era ancora impetuosa e piena d’acqua, anche d’estate quando le donne facevano il bucato e noi bambini pescavamo i granchi o giocavamo a rincorrerci e tuffarci. Il rumore della fiumara non somiglia ai ruscelli né ai fiumi o alle cascate, le acque sono mosse e veloci e il letto tortuoso per la presenza di sassi e strettoie. La domenica mattina andavamo a messa alla parrocchia della Natività di Via Gallia ma il mio pensiero e persino lo sguardo era rivolto alla Cattedrale di Gerace dove salivamo a piedi ogni domenica. Finalmente l’anno scolastico si concludeva e dai primi di giugno a metà settembre, con mamma e mio fratello Gianni riprendevamo il treno da Roma a Locri.

Mia nonna intanto aveva chiuso la casa di Doria in cima alla Fiumara e si era trasferita a Passo Zita, piccola contrada di Gerace. L’estate era meravigliosa, profumava di pane caldo appena sfornato, melanzane, pasta fatta in casa, origano e menta selvatica. Incessante il suono delle cicale di giorno e dei grilli la sera quando Turi Pelle tornava dall’orto e iniziava a suonare l’organetto, ogni sera si radunavano nella piazzetta o nei giardini per suonare fisarmoniche, tamburelli, organetti e ballare la tarantella, adulti e bambini. Mio padre era un bravissimo musicista e cantante, spesso componeva serenate e quando scendeva, nel mese di agosto, non c’era festa o cerimonia dove non fosse obbligato ad esibirsi. C’era un solo negozio a Passo Zita, ‘a putiga’ di Maria Multari, mia madrina di battesimo, ma per me soprattutto era la casa di Mema, Ersilia le mie amiche del cuore. A ‘putica’ era un centro commerciale degli anni 70, vendevano tutto: sigarette, alimenti per animali, vestiti, generi alimentari e gelati ma soprattutto c’era l’unica cabina telefonica della zona. Ricordo le file di ore e ore, specialmente la domenica. Venivano da tutte le contrade e dalle valli dell’Aspromonte per prenotare le telefonate con i parenti emigrati in Australia, Sud America, USA ma anche nord Europa, specialmente Germania. Erano soprattutto madri e mogli.

A Gerace andavo ogni giorno, quasi sempre la sera. La mattina si andava al mare a Locri. I momenti più belli però erano quelli vissuti con nonna Rosa.

”Nonna mi cunti nu cuntu”?
‘Figgna chi voi u ti cuntu”?

E nonna iniziava a raccontarmi fiabe vere, arrivate a lei dalla sua nonna o storie inventate per me, nessuno è abile come lei nello storytelling, neppure Alessandro Baricco.

“il destino ha piu’ fantasia di noi’;
‘il bello e il brutto tempo non dura mai tutto il tempo’;
”Un contratto si può annullare la parola data no’;
”Non esistono portoni chiusi, devi solo trovare la chiave giusta”;
”Lattughina i qu si figgna”?
”U tempu non si poti misurari’;
”tirituppiti limuncella”

Ogni storia durava almeno un’ora senza contare le parabole che inventava per me, mi hanno insegnato la nobiltà dei sentimenti, ad avere fiducia perché il Destino ha più fantasia di noi ma soprattutto a rialzarmi sempre con coraggio e fierezza dalle batoste della vita. Era una donna forte e schietta come le donne di Gerace.Tutte le storie si svolgevano tra l’Aspromonte, le terme di Antonimina, Prestarona e Gerace. Ancora oggi per me è il palcoscenico popolato da Re e Regine, fate, streghe e Santi, magie e lune incantate. Ogni estate quando organizzo le feste a Piazza tre Chiese o alla piazza della Cattedrale è una Magia che si ripete, una notte incantata nella Città più bella del mondo. Invito gli amici ma anche passanti e turisti si uniscono e ballare con noi la tarantella.

Sono tornata spesso, alla mia Fiumara ma oggi Doria è completamente disabitata e nulla coincide più con i ricordi. L’ho ritrovata quest’estate tra Sant’Ilario e Portigliola la mia Fiumara, è li che sfocia nel mare ed è per questo che il 17 agosto su quella spiaggia ho voluto festeggiare la Luna piena, quella stessa luna che mi ha accompagnata a Roma dove però non ha mai avuto la bellezza né la luce di quando illumina Gerace. 20 anni fa ho comprato casa e oggi vado sempre più spesso. Mia figlia Allegra, pur essendo nata e vissuta a Roma, aver studiato in Cina, Spagna a Parigi e Bruxelles, di Gerace conosce ogni pietra, ogni rito e ogni parola delle storie di nonna rosa, in calabrese ovviamente.

Anna La Rosa

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