Auro Palomba: “Borsa è rimasta al palo”

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L’ultima seduta di Borsa, prima che incominciasse lo sciopero dei procuratori, ha portato l’indice Coma un livello inferiore a quello dello scorso 15 dicembre, inizio dell’anno per il mercato azionario. Il Mib vacilla: è a 1011 punti, e mantiene dunque solo un 1 % di margine dal 2 gennaio ’91. È come se un anno fosse passato invano per la Borsa. In media, chi ha investito in titoli ha gli stessi soldi di 9 mesi fa, a cui va sottratta ovviamente l’inflazione. Qualcuno obietta che alcune azioni, forse quelle di società sane, hanno guadagnato anche il 40% quest’anno. Ma questo equivarrebbe a dire che l’azienda Italia non è in grande salute, visto che sono proprio i titoli guida quelli peggio messi, e molti fra questi perdono diversi punti percentuali dal principio del’91. Così si spiega il disinteresse del Paese per la Borsa. I titoli di Stato rendono spesso sopra il 10%, non fanno correre alcun rischio, non hanno tassa sul capital gain e cosi via. E si capisce anche perché l’obiettivo dei procuratori in sciopero sia proprio il ministero del Tesoro, e si intende anche il gran valore che avrà riscontrato con il sottosegretario Sacconi, fissato per martedì prossi­mo. I nemici degli operatori non sono principalmente gli agenti di cambio, bensì i titoli di Stato e un Parlamento che fa ben poco per spingere l’investimento in Borsa. Alcuni indicatori potranno chiarire meglio le idee. Alla fine dell’86 Piazza Affari era la settima Borsa al mondo. Era preceduta d a New York, Tokio, Londra, Francoforte, Parigi (ma per qualche mese Milano aveva superato la capitale francese) e Toronto. A ruota seguiva Zurigo. Dopo quattro anni, al termine del ’90, Milano è scesa di una posizione, ma, soprattutto, la capitalizzazione totale si è ridotta dai circa 210 mila miliardi di allor a ai 177 mila miliardi giovedì scorso. Nel frattempo New York e Tokio sono salite notevolmente, Londra è quasi raddoppiata. Wall Street capitalizza 2814 miliardi di dollari. Tokio 2806, Londra 882, Parigi 342. Milano è ferma a 148. È dunque circa un ventesimo della Borsa di New York. Un altro indicatore, ovvero il rapporto fra Prodotto interno lordo e capitalizzazione, che secondo gli analisti è il più significativo per capire se un mercato è sotto valutato o meno, aiuta a capire. Una Borsa sana dovrebbe capitalizzare circa il 70-80% del Pil: Wall Street è al 79%, Tokio (un mercato “gonfiato “) è al 162%. Milano al 37%. Balza all’occhio che uno dei problemi principali è la pochezza di Piazza Affari. Mancano aziende quotate (qualche esem­pio: Iri, Eni, Enel, Finmeccanica, Rai, Ferrerò, Barilla, GB, Iti, Fininvest), e quindi si ha difficoltà a rendere liquido un mercato sempre più provinciale, in cui nello scorso mese si sono scambiati in media circa 70 miliardi di lire in azioni. Per questo gli operatori guardano con favore alla privatizzazione delle aziende pubbliche. Nei piani quadriennali ’91-‘ 94 di Iri ed Eni, che sono stati in viti in Parlamento dal ministero delle Partecipazioni Statali, si legge che i due enti dovrebbero quotare società per complessivi i 11 mila miliardi di lire, la metà delle quali entro il prossimo anno. L’Eni dovrebbe smobilizzare l’attività nei settori “chimica diversificata “, “meccanica-meccanotessile”, “contracting e montaggi” e “produzione e trasformazione minerali non oil”. L’Iri invece accelererà l’offerta di azioni nuove o “vecchie” in Borsa. L’Eni dovrebbe ricavare 3.150 miliardi di lire, di cui oltre duemila nel ’92. L’Iri 6.230. Entrambi gli enti tendono a quotare i propri titoli non solo a Milano ma anche nelle altre principali Borse estere.

FONTE: Il Messaggero
AUTORE: Auro Palomba

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