Più Mondo in Italia per la Crescita delle Imprese Italiane

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Nel contesto della conferenza “Piu’ mondo in Italia per la Crescita delle Imprese Italiane”, organizzata da Confindustria il 2 luglio 2013 a Roma, Giuseppe Recchi propone un discorso sulle possibilità per migliorare la situazione degli investimenti in Italia. L’intervento qui di seguito riportato, può essere trovato anche al seguente link www.youtube.com/watch?v=9PkxZAU7-G8

Signor Vice Presidente del Consiglio,
Signori Ministri
Autorità, signore e signori
Buongiorno.

Vi ringrazio per essere qui oggi.
Oggi non vogliamo fare l’elenco dei mali che affliggono il nostro Paese o l’Europa. Li conosciamo, come sappiamo anche, quali sono tutti i termini della crisi.
Siamo qui a dire che quello che stiamo affrontando è un reset del mondo. Il mondo è cambiato.
Perché? Perché non esistono più le rendite di posizione. Ogni vantaggio va conquistato giorno dopo giorno.
Abbiamo un problema di posti di lavoro, di crescita.
La nostra costituzione dice che “La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro”. Dobbiamo fare di tutto per creare lavoro.

Ma perché questa non resti solo una buona intenzione, allora, dobbiamo in prima battuta cominciare a dirci la verità: e la verità è che il lavoro lo creano le imprese.
Sono le aziende con i loro investimenti che creano occupazione, quindi salari, capacita di consumo, ricchezza, che così potrà essere distribuita.

Le imprese, oggi stanno vivendo una nuova fase della globalizzazione: avevano cominciato internazionalizzando le vendite nei mercati, poi localizzandosi all’estero inseguendo più bassi costi di produzione. Oggi, in un mondo in cui la catena di produzione è diventata globale e le differenze di costi tra un territorio e l’altro si sono avvicinate, la scelta delle aziende non si basa più solo sui costi, ma soprattutto sulla sicurezza e la qualità del proprio ciclo di produzione.

Chi offre qualità vince!

Un ingegnere cinese che parla bene inglese costa ormai di più di un suo analogo collega italiano; una società basata in California non ha più convenienza a risparmiare sul costo della manodopera che potrebbe trovare altrove rispetto alle garanzie di affidabilità e una relazione con fornitori strutturati e qualificati a se vicini.

Per chi vuole insediarsi in Europa non c’è molta differenza tra collocarsi in Spagna o in Francia o in Italia.
Le imprese si localizzano, dove più è facile fare business.
Nel mondo nel quale viviamo noi oggi, non sono più solo le imprese che competono tra loro.
Competono le giurisdizioni, i sistemi giuridici, le infrastrutture immateriali costruite assieme da pubblico e privato.

In una parola: competono i Paesi.

Competono tra loro per attrarre le imprese e convincerle che insediarsi nel proprio mercato, creare posti di lavoro nel proprio territorio è la scelta più conveniente possibile.
Competono ciascuno con le proprie risorse… le materie prime, la demografia, la tecnologia di cui sono proprietari.

Ma soprattutto competono con il loro sistema organizzativo.
Il paradosso è che viviamo da sei anni in quest’orribile morsa psicologica della crisi, ma quando viaggiamo fuori dall’Europa la sensazione è che le cose siano ben diverse.
Il 2012 è stato un anno in cui tutte le più grandi aziende che esportano hanno avuto utili record. Anche quelle italiane.

Le S&P 500 siedono su una montagna di 1.2 trilioni di dollari di liquidità.
Ci sono 1.400 miliardi di dollari che volano sul mondo, ogni anno, in cerca di un luogo sui cui atterrare.
Ai governi, oggi, spetta un ruolo chiave…

A seconda di come essi operano, il loro Paese sarà una pista di decollo o una pista di atterraggio.

E’ per questa nuova consapevolezza che l’agenda dei Capi di Stato è sempre più focalizzata a rappresentare quale pacchetto di condizioni si stanno mettendo in essere affinché investire nel proprio Paese sia un’opportunità da non perdere.

E fanno questo, perché sanno che la crescita non si può fare per decreto.
La politica può solo creare le condizioni per cui un imprenditore SCELGA che sia conveniente fare impresa in un certo Paese e non altrove.

Ogni territorio è diventato come un negozio che deve far di tutto per avere davanti all’ingresso una fila di clienti che vuole entrare.
Oggi, un amministratore pubblico ha come unica possibilità per far quadrare i conti, di competere per attrarre.

Un Governatore di Regione compete, all’interno dello stesso Stato, per far sì che le imprese scelgano la sua Regione. Un Sindaco compete affinché ci sia convenienza a insediarsi nella proprio comune.
Un Paese compete… affinché non solo un’azienda…, ma anche uno studente decida di studiare da lui, un pensionato decida di venirci a vivere, un turista decida di venire a spendere da lui e non da altri.

PERCHE SIAMO QUI OGGI?

Perché vogliamo raccontare come ciascuno dei manager delle multinazionali che sono in Italia vive quotidianamente la battaglia per far allocare le risorse della propria casa madre nel Paese di cui è responsabile, convincendo della validità del proprio progetto: lo fanno, scontrandosi contro un’identica ambizione del loro collega francese, inglese, svizzero, cinese, australiano, turco, portando al loro arco le fortissime ragioni legate ai migliori fattori di attrattività del proprio territorio.
E voglio dirvi una cosa …. Il Paradiso degli investimenti non esiste!

Non esiste il Paese perfetto.

Un country manager di una multinazionale spinge per far valere la bontà della propria idea, l’opportunità imprenditoriale offerta dal Paese di cui è responsabile.

In questa battaglia tra alternative per l’allocazione dei capitali, si pesano le opportunità e si valutano i costi.
Perché ci sta pure che in Italia ci vogliano più timbri per avere un permesso rispetto ad un altro Paese. Anche 1000 in più.

Alla fine per un’azienda è una questione di risorse e di costi per i quali si può attrezzare.
Ma quello che un’azienda non può permettersi è che strada facendo questi timbri diventino 1500 e poi 2000 e poi 3000, in un processo senza fine, che ha portato ad esempio chi voleva costruire una grande infrastruttura – di importanza cruciale per il nostro Paese – a gettare la spugna dopo – !! 11 – anni – di – tentativi !!
L’incertezza è un costo a cui non si può dare un “costo”

Il problema oggi in Italia è che il calcolo COSTI/BENEFICI è impossibile a causa delle incertezze del nostro sistema.

L’incertezza di non riuscire a trovare nella burocrazia del processo di investimento, un soggetto affidabile capace di mantenere un impegno. L’incertezza di non trovare neanche la possibilità di capire cosa il Paese mi richiede, qual è il patto negoziale a cui ottemperare per arrivare al traguardo previsto.

E’ l’incertezza di controparte che tiene lontani dal nostro Paese gli investitori.
Noi non abbiamo materie prime, non abbiamo un miliardo e mezzo di abitanti. Non abbiamo più neanche a disposizione la valuta come strumento per competere. Noi siamo per definizione un paese che deve vivere di trasformazione efficiente di materia prima in prodotti.

E quello che fa rabbia…, è che invece …noi possediamo tutti i fattori che altri impiegheranno generazioni per mettere insieme e che – come sa qualunque imprenditore italiano che esporta nel mondo – il mondo ci invidia: abbiamo la tecnologia, la competenza, la qualità imprenditoriale e del lavoro, una storia e una cultura industriale costruita da generazioni, un mercato di consumatori sofisticato, un posizionamento geografico eccellente, un life-style famoso nel mondo.

Abbiamo un motore potente.

Tant’è vero che, L’Italia ha ancora i suoi primati, nella manifattura, nelle 1022 nicchie di eccellenza di prodotto, in tutto quello che abbiamo sentito dai Leader intervistati poco fa.
In Italia, …abbiamo anche tutte le principali multinazionali del mondo.

Sono qui, attive, presenti, molte dai primi del ‘900 e hanno fatto parte della crescita industriale del nostro Paese. Danno lavoro a 3.000.000 di italiani (1.200.000 persone direttamente e 1.800.000 nell’indotto), fatturano qui in Italia oltre 500 miliardi di euro.

Ma soprattutto queste Società portano cultura d’impresa internazionale, metodologie, know-how, tecnologia e sono una straordinaria portaerei per trasportare nel mondo, l’indotto italiano di manifattura e di servizi con cui lavorano. Un veicolo unico e imperdibile per le 4.500.000 PMI che fanno grande l’Italia

Ma allora cosa ci manca?

Ci manca l’aspetto apparentemente più facile da costruire. Ci manca l’organizzazione che ci permetta di esprimere queste straordinarie caratteristiche in un sistema, in un business model vincente.
E’ questo il vero tema. Il costo dell’energia, del lavoro, della logistica o delle infrastrutture sono sì dei fattori anche importanti ma non sono quelli che fanno la differenza.

E’ a causa della mancanza di FIDUCIA di quello che mi aspetta, che – nel dubbio – se sono un’impresa non investo, se sono un cittadino non spendo, se ho un talento vado ad esprimerlo all’estero non appena ne ho la possibilità.

Se non capiamo che il nostro Paese deve attrarre, deve essere il luogo dove è facile fare impresa e nel quale è ancora affascinante essere imprenditore, perché lo sforzo non è superiore alla resistenza, la delusione non è superiore alla speranza di riuscire ……se non capiamo questo …

Allora non solo ci rassegneremo ad essere evitati da quei 1.400 miliardi di dollari di IDE, che ci passeranno sopra la testa, ma vedremo code di imprenditori italiani che sceglieranno di andarsene a produrre, non più nei paesi in via di sviluppo ma in Austria o in Svizzera, in paesi che in teoria hanno gli stessi nostri fattori competitivi.

Sta già succedendo. Imprenditori italiani che crescono grazie all’export oggi stanno considerando di trasferirsi in paesi più semplici, colpiti nel morale, sfiancati di avere a che fare con un sistema irrazionale, punitivo. Piegati sulla principale delle motivazioni: l’orgoglio di fare bene le cose. Meglio di tutti.
E lasceranno indietro coloro che rimarranno condannati solo a compromessi al ribasso

Perché abbiamo perso questa ambizione al meglio?

Ho passato molti anni della mia vita all’estero e ho sempre visto che gli italiani, quando sono in un sistema che li sostiene e offre loro una possibilità, sono imbattibili. Sono straordinari.
Senza offesa ai nostri amici Ambasciatori qui presenti, non temiamo nessuna concorrenza nella capacità di lavoro, nella ricerca, nel talento, nella cultura d’impresa, nel sapere essere globali.
Se siamo d’accordo su tutto questo – e credo che lo siamo – allora non ci resta che capire le condizioni su cui agire, subito, per ricostruire un business model vincente.

Sappiamo cosa dicono le classifiche. Dicono che siamo 77° nella classifica della facilità di fare impresa, 45° per attrattività, 72° per trasparenza.
Le classifiche non sempre sono corrette, ma sono spietate.
E soprattutto raccontano la percezione degli altri, in un mondo in cui, siccome oggi puoi scegliere, la percezione degli altri diventa la tua realtà.

Cosa può fare un Governo?

Ringrazio i Ministri che sono presenti oggi. La loro presenza è un segno di grande attenzione. Gli investimenti diretti esteri sono, credo, anche per loro una priorità.
Le imprese qui riunite oggi chiedono loro una cosa. Le multinazionali estere non chiedono privilegi o corsie di sorpasso.

Chiedono solo quell’attenzione dovuta ad una controparte che sa di avere molte alternative nello sceglierti. Chiedono semplicemente di avere una relazione attenta, competente e affidabile e di non vivere di improvvisazione e nell’incertezza.
Chiedono di avere un rapporto con il fisco più vicino e chiaro. Per questo tra le proposte presentate dalle 90 imprese multinazionali estere che compongono il nostro comitato, si raccomanda l’istituzione di un ufficio presso l’Agenzia delle Entrate con una competenza mirata.
Chiedono di avere un rapporto con la giustizia costruttivo e rapido, di avere un rapporto con la burocrazia concreto e attento.

Le stesse cose che servono anche alle imprese italiane – ma c’è una differenza. Che al manager straniero è richiesto uno sforzo di comprensione delle regole e dei metodi, a volte così diversi in Italia rispetto al resto del mondo, che spesso ci fanno classificare come “ININVESTIBILI”.

Troppo difficili.

Una cosa è certa. Se renderemo l’Italia più attrattiva per gli investitori esteri, avremo reso il Paese migliore anche per le imprese nazionali, per noi cittadini

Il problema è come.

Non è tanto il Governo la controparte di questo confronto.
Siamo noi cittadini che dobbiamo capire che la nostra Governance non è più adatta ai tempi che viviamo.
In una crisi così lunga, tutte le Democrazie occidentali sono messe a dura prova.

Oggi i paesi hanno bisogno di pianificazione a lungo termine e soprattutto di velocità di decisione.
A noi serve un sistema-Paese capace di sperare, capace di decidere, fondato sulle competenze.
Proprio perché, come dicevo, è finita l’epoca delle rendite di posizione, dobbiamo dotarci di un sistema in cui ciascuno possa prendere delle decisioni assumendosene la responsabilità.

E invece noi in Italia abbiamo costruito un sistema fatto per non decidere.
I noti problemi della lentezza della giustizia, della corruzione, dell’eccessiva burocrazia sono tutti figli dell’impossibilità di assegnare la sanzione della non-responsabilità.
E per cui moriamo di problemi che ci infliggiamo da soli.

Se prendo un settore in cui sfido chiunque a dire che non abbiamo un vantaggio enorme – con il potenziale secondo neanche in vista – come il turismo …è paradossale!

Ma vi pare possibile che il numero di visitatori del Louvre a Parigi sia superiore ai visitatori di tutti i musei d’Italia e che l’Italia non è il primo, ma il quarto, Paese al mondo per numero di turisti?

E il paradosso è …che la principale attrazione del Louvre è l’opera di un italiano.
Il tempo della non-responsabilità è terminato. Il tempo dell’approssimazione nelle competenze è terminato. Abbiamo costruito una tale stratificazione di vincoli e di impedimenti e che ci rende ingovernabili e che, soprattutto, non ci possiamo permettere.

Quando le cose in azienda non vanno si cambia lo statuto, si ridisegna la governance. Un imprenditore lo sa bene. Questo non vuol dire tradire la memoria di chi l’azienda l’ha fondata. Vuol dire solo rendere quell’azienda conforme alle nuove realtà.

Per competere oggi, con il nostro Stato, dobbiamo dotarci di un modello organizzativo che funzioni.
Nei manager delle multinazionali estere che sono qui oggi le Autorità troveranno sempre disponibilità, voglia di fare e – si – nonostante tutto, ancora entusiasmo. L’ entusiasmo di chi crede che i problemi italiani debbano essere risolti perché abbiamo un tale potenziale che sprecarlo è un crimine.

Chi “sceglie” però…, non solo vuol vedere qual è il piano ma soprattutto come lo attueremo.

Credo che ci attenda un periodo duro.
E credo anche che cittadini di uno Stato accettano di partecipare ad uno sforzo con spirito di corpo e di sacrificio nella consapevolezza che non c’è alternativa, ma riescono a sopportarlo solo se in prospettiva di un obiettivo per cui ne vale la pena, di una visione che permetta di avere davanti chiaro il traguardo da raggiungere.
Ecco, dare la visione non è facile. E’ questa la vera sfida.
Vale per chi gestisce le aziende e vale ancor più per chi gestisce i Paesi.

Però riuscirci in fretta è fondamentale.
Non possiamo più sederci alla finestra e guardare fuori. Io credo che non abbiamo più tempo.

Non abbiate paura di decidere.
Nel nostro Paese c’è una grandissima domanda di decisioni VERE e solo se avremo il coraggio di attuarle il mondo verrà da noi…e torneremo a prenderci nelle classifiche il posto che ci appartiene.

Grazie.

FONTE: Discorso Consiglio Investitori Esteri

AUTORE: Giuseppe Recchi

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