Smart Working, l’analisi di Mauro Ticca

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Originario di Torino, Mauro Ticca è un manager attivo da oltre 30 anni nel settore dei trasporti e dei servizi. Affascinato dalla ricerca di un punto di incontro tra un mondo del lavoro sempre più tecnologico e frenetico e il suo opposto, ovvero ambienti e momenti che ne favoriscano la conciliazione con il benessere personale, ha adottato uno stile di pensiero che lo ha portato a considerare sotto un’angolazione differente temi di forte attualità, tra i quali lo Smart Working. Strumento, quest’ultimo, che il professionista piemontese chiarisce subito ha ben poco a che fare con il telelavoro, sia per una questione di merito che di natura giuslavorista. Lo Smart Working permette al lavoratore di fornire la propria prestazione da dovunque lo desideri (“Il posto di lavoro è dove sei“), lasciandogli il tempo di conciliare i propri impegni professionali con quelli privati. Per la sua effettiva applicazione in Italia – ricorda Mauro Ticca – c’è ancora molto lavoro da fare. Se Paesi come la Francia, la Germania e il Belgio sono già oggi all’avanguardia in materia – sottolinea – grazie all’introduzione di una semplificazione normativa che ne ha reso l’adozione molto più semplice, nella penisola esiste il pericolo che la giurisprudenza e la burocrazia finiscano con il complicare la situazione. Nel prossimo futuro saranno molti gli elementi da definire: occorrerà precisare l’ordinamento in tema infortunistico e assicurativo, tenendo presenti i limiti e le caratteristiche dello Smart Working, nonché il sistema di tutele esistenti. Mauro Ticca si è voluto soffermare in particolare sulla possibilità che un ambito tanto apprezzato da tutti gli attori in campo (aziende, sindacati e lavoratori) non finisca per generare il proprio opposto. Sebbene l’evoluzione digitale ci metta a disposizione infatti tutti gli strumenti necessari per poter lavorare da remoto in maniera esaustiva, controlli a tappeto, invasione della privacy e le discussioni circa l’adeguatezza dei tempi e ritmi di contribuzione lavorativa forniti rischiano di metterne in crisi i benefici. Secondo Mauro Ticca, lo Smart Working non va pensato dall’azienda solo come un abbattimento dei costi di struttura: il “saving” da questi conseguente finirebbe con tutta probabilità fagocitato da nuovi sistemi di direzione, controllo e governance. Occorre invece ripensare seriamente il sistema gerarchico, sviluppando uno strumento che poggi le proprie fondamenta su fattori motivazionali e abbia come contraltare la condivisione di intenti, di feed back continui e di target. Tale strategia si basa su elementi quali condivisione delle conoscenze, trasparenza, appiattimento gerarchico e sistemi di controllo efficaci ma non “orario-centrici”. Il risultato finale è quello di mettere in relazione un alto livello di trust con uno “Smart Workplace”, spazio quest’ultimo identificato dal manager in un ambiente di lavoro stimolante per il lavoro di team fluidi e decentrati, adatto inoltre ai loro momenti di brainstorming. Tutto ciò deve essere percepito dal lavoratore come una conquista meritata, ma soprattutto reversibile. Per questo motivo va accompagnata dalla rassicurazione che la concessione dello Smart Working non rappresenti un tentativo di allontanare e isolare il dipendente, bensì la possibilità di godere di momenti durante i quali dare sfogo alla propria inventiva, con “momenti di genialità che possono emergere in ogni attimo della giornata e non solo nelle canoniche ore trascorse in ufficio“. In tal senso, il datore di lavoro – continua Mauro Ticca – non sta unicamente risparmiando in termini economici, bensì sta investendo la moneta della fiducia e della sicurezza “sperando in un contributo unico, qualche volta eccezionale e sempre di valore“.

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