Ma l’Italia inciampa nel gas da argilla

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Parola di Sergio Romano, relatore a un incontro sulle nuove energie.

Si scrive energia, ma si legge (almeno da qualche anno in qua) shale gas, ovvero “gas da argilla”. Lo spiega il presidente dell’Eni Giuseppe Recchi con il suo libro, Nuove energie, le sfide per lo sviluppo dell’Occidente. E lo ribadisce Sergio Romano nella presentazione del volume: anche l’Italia potrebbe salire in fretta su questo treno “se solo le sue regolamentazioni si confrontassero conil progresso e con le nuove necessità dei tempi”. In sintesi, “se l’energia è la storia del mondo”, quello dello shale gas riguarda gli sviluppi ottenibili oggi: «Cioè la possibilità», dice Sergio Romano, «di scendere sotto la crosta terrestre per non più di un chilometro, molto meno insomma di quanto lo impongano le moderne trivellazioni dei pozzi petroliferi». Poi, certo, l’operazione shale gas richiede ulteriori passaggi: si devono frantumare in orizzontale le rocce scistose per liberare questa preziosissima sostanza, ma l’operazione è comunque ampiamente alla portata di tutti.

Una tecnica, quella di cui stiamo parlando, cheha già regalato l’autosufficienza energetica agli Stati Uniti, e ha consentito grandi progressi a Paesi come il Canada, la Polonia, la Russia. Ma che da noi, purtroppo, deve ancora muovere i primi passi. Motivo? «Un doppio blocco culturale», spiega ancora Sergio Romano, «ci impedisce di affiancare i Paesi più avanzati. Anzitutto da noi, come in generale nell’Europa e al contrario di ciò che avviene oltreoceano, il sottosuolo appartiene interamente al demanio, non ai proprietari privati dei terreni; sicché manca l’interesse diffuso, la spinta fondamentale alla esplorazione e agli investimenti. La seconda ragione del nostro ritardo cronico è da cercare nell’azione ritardante delle forti opposizioni ecologiste e localistiche, assenti di fatto in America. Anch’esse, è vero, hanno qualche ragione dalla loro: per esempio il fatto che la tecnologia per estrarre il gas da argilla richiede un uso massiccio di acqua».

Ma non ci si può fermare, e ovviamente non si può volere contemporaneamente tutto. La questione, insomma, è anche politica: una scelta di priorità. Ma la politica, e purtroppo anche i conflitti – come ci ricordano la storia novecentesca dell’Iran e quella attuale dell’Ucraina – si mescolano da sempre con il controllo e la produzione di energia. È tempo, probabilmente, di ripartire da una concezione più liberale e moderna del suo sfruttamento.

FONTE: SETTE / Corriere della Sera
AUTORE: Dario Fertilio

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